Elogio della lingua frattigiana (umbertidese)

Il dialetto umbertidese tra ricchezza linguistica, identità culturale e memoria collettiva: le peculiarità di una lingua che va oltre la semplice espressione popolare.

Scrivere prosa poetica e poesia nel nostro vernacolo frattigiano è cosa non affatto semplice per tutta una serie di motivi che i profani, normalmente, non riescono neanche ad immaginare.

Inserzione

Le difficoltà, intendo dire, non risiedono solo nella pur complicata tecnica espressiva o nella resa grafica di certe espressioni; nei modi di dire o nelle costumanze, ad esempio; ma anche e non solo, nella corretta dizione di un vocabolo, o ancora, nelle troncature, che nel gergo corrente si mangiano spesso – oltre le vocali – intere sillabe procurando una specie di mega-sinalefi curiose e sorprendenti.

E gli accenti, poi? E le contrazioni da dittongo? Le enfasi? Le allusioni? I sottintesi impliciti? Le arguzie secolari? Il sarcasmo dissacrante? E, non ultima, la litania, intendendo per essa sia l'inflessione che il tono. Insomma ciò che proprio il vernacolo stesso definisce incomparabilmente “la cantiléna”: l'incedere cioè, cupo altalenante enfatico caustico arguto ed altamente colorito del nostro parlare “frattigiano.” Ma, prima di qualunque esigenza tecnica ed ortografica, occorre anticipare che, per scrivere poesia e prosa poetica in dialetto – e qui intendo vera poesia – sono necessarie due premesse – sine qua non -: la prima è che l'autore sia un poeta; la seconda, che il vernacolo in oggetto possieda i requisiti e sia fornito di una certa ricchezza lessicale che lo equipari e lo elevi a vera e propria lingua corrente.

Il “dialetto frattigiano”, ha questo requisito ed è lingua vera e propria, elevata da tempo a tale rango, addirittura dallo stesso Dante Alighieri che la tratta citandola nel suo “De vulgari eloquentia” tra il 1303 ed il 1305, ed è quindi altrettanto nobile e ricca dell'italiano codificato possedendo anzi, una serie di significati dal sapore ironico, pregni di sarcasmo, a volte tragici; che le aggiungono sapori intensi, diversificati, fortemente coloriti, e tanti sottintesi conditi da un pathos difficilmente raggiungibile dalla lingua canonica.

Il “frattigiano”, e per esso intendo il gergo antico e nobile, citato dal sommo Poeta, che si parlava entro le mura della piccola città fortificata; per il fatto che si sta lentamente perdendo, ha assunto via via capacità intrinseche evocative ed ammaliative, persino a tratti epiche, a ben guardare, proprio per il suo stesso essere “linguaggio del popolo“, patrimonio di generazioni passate.

Per questo motivo si fà testimonianza dei sapori di un tempo, di civiltà di costumi e di usanze che oramai sono solo un ricordo e che, necessariamente, sfociano nel mito. Ma ciò non può far altro che rendere ancor più difficoltoso lo scrivere composizioni e poesie dialettali perché si rischia, per rincorrere la leggenda, di celebrare solamente la parodia della poesia stessa.

Per scrivere in “lingua frattigiana” – come io amo definirla – occorre avere ben salda la capacità di sfruttarne tutte le modulazioni, di coglierne tutti i sottintesi e di trattarla non come una seconda lingua nella quale, come spesso ahimè capita a molti, si traduca l'italiano o vi si attinga, ma come un universo a parte, che assuma tinte e prospettive diverse; come un'espressione che conservi ed esalti tutta la densità di un sentire schietto e genuino, di una antica, ed allo stesso tempo innovativa in quanto non codificata, elaborazione straordinaria del mondo.

In definitiva, non è affatto sufficiente elaborare od eseguire una mera versione in “frattigiano” di una qualche filastrocca o racconto o qualsivoglia componimento, per ottenere prosa e poesia dialettali. La vera prosa in “lingua frattigiana”, a differenza di tanti altri vernacoli erroneamente anche più considerati, è consentita proprio dal suo patrimonio lessicale; e la vera poesia dialettale che sa raggiungere rare intensità di lirismo, costituiscono una vera e propria – forma mentis – e, prima ancora che una struttura linguistica, si propongono come sostanza e forma contenitrice, involucro e materia non scindibili.

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